F.I.M. Federazione Italiana Musicoterapeuti
ENTE ACCREDITATO DAL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE, DELL'UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
30-01-2018

Il corpo in gioco

Simona Colpani

Manfred Spitzer è uno psichiatra ed è uno dei più rinomati studiosi tedeschi di neuroscienze. Se mettete nel motore di ricerca di Youtube “Manfred Spitzer demenza digitale Segnavie” trovate un’interessante conferenza in cui lo psichiatra mostra, dati scientifici e pubblicazioni alla mano, che un bambino ha bisogno di giocare, di cantare, di usare le mani, di muoversi. L’uso di strumenti informatici non solo non compensa la mancanza di gioco fisico, ma anzi ne inibisce in parte l’efficacia. Detta in modo sommario, quello che i bambini piccoli imparano da un ausilio tecnologico non ha lo stesso peso e valore di un pari contenuto appreso giocando.
Oliverio Ferraris, autore di casa nostra, afferma che “azioni e movimenti hanno un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale, a partire dalle fasi più precoci, al punto che non è fuori luogo domandarsi se non sia possibile rovesciare una concezione della mente che considera il movimento come una semplice operazione motoria in favore di una concezione in cui il movimento occupi un ruolo centrale e costituisca il punto di partenza per lo sviluppo delle funzioni mentali sin dalle prime fasi della vita postnatale”1
Detta in parole semplici, è grazie al movimento, quindi al corpo in relazione allo spazio e al tempo, che possiamo accedere ai saperi che consideriamo “superiori”, come il linguaggio e le capacità cognitive. Per imparare a parlare un bambino deve giocare muovendosi, ovvero sporcandosi, disordinando e poi facendo ordine. Deve fare esperienze, molteplici e differenziate.
Quello che siamo, chi siamo, è la risultante di un intreccio “tra fattori genetici, stimoli esterni e fattori interni”2. Le esperienze che facciamo da sole non definiscono chi saremo e cosa potremo fare, o quanto potremo essere intelligenti o felici. Perché la percezione e la lettura di quello che esiste attorno a me dipende da come sono dentro di me, e come sono dentro di me dipende da quello che ho potuto sperimentare. Ci sono eventi che accadono e di cui una persona può non percepirne l’esistenza. Quello che “buca”, che fa la differenza, che consente a ciò che accade di diventare presente a me, è quanto l’evento sia emozionante. Alla fine il ruolo dominante, persino nella costruzione delle strutture nervose e cerebrali, lo giocano le emozioni. Le emozioni ci motivano al fare; emozione, in senso etimologico, significa “l’essere mossi da” qualcosa o qualcuno. E quando si è mossi non si può far altro che muoversi. Quante volte si deve ripetere ai figli di fare veloci, di darsi una mossa, e sono invece dei razzi per fare quello che interessa loro? Quando c’è l’interesse, la motivazione, si riesce ad immaginare cosa e come fare e il passaggio al fare è immediato. D’altra parte occorre attendere i sedici/vent’anni per avere una maturazione della zona frontale e prefrontale, deputate alla pianificazione e all’organizzazione di molti comportamenti, alla regolazione dell’emotività e all’inibizione di risposte «non appropriate»3. Quindi nell’agire normale di un bambino, e di un ragazzo, c’è l’impulsività, il fare con energia e nell’immediatezza. La lentezza e la ponderatezza sono competenze che si acquisiscono. Non possono appartenere all’infanzia e all’adolescenza. Infatti caratteristica del gioco è proprio l’energia, la carica che ci si mette. Se si gioca veramente non si gioca mai a metà. Dopo poco la voce si alza, si agisce
d’istinto, non si pensa a restare puliti, a non fare buchi nei pantaloni, a non fare danni in casa … e si suda!!
La cosa interessante è che gli studi indicano che il nostro cervello cresce finchè giochiamo. In tutte le specie animali la curva di sviluppo del cervello e quella del gioco coincidono. Il gioco cui si fa riferimento non è però il gioco al tablet o al computer che come abbiamo già detto inibiscono lo sviluppo del cervello e bloccano la maturazione del linguaggio4. Confrontando i disegni di bambini di cinque anni che hanno visto la tv o hanno giocato virtualmente per meno di un’ora al giorno o per più di tre ore al giorno (sommando tutti i pezzettini, dalla mattina alla sera, inclusi cartoni animati, cellulari, tablet, computer) la differenza è lampante.
Sembra impossibile pensare che gattonare, imparare a camminare, fare travasi, giocare al pallone, infilare corallini o pezzi di pasta, modellare impasti, arrampicarsi per un prato scosceso o su una pianta, disegnare o far finta di essere la mamma e il papà che fanno la spesa, possano costruire le facoltà cerebrali. Eppure è così. Il linguaggio si fonda sul movimento che costituisce come una sorta di ordito attorno a cui possono legarsi altri saperi e conoscenze, tanto che oggi “alcuni linguisti sostengono che la logica del corpo e dei suoi movimenti nel contesto in cui viviamo (su, giù, di lato, dentro, rotazione ecc.) costituisce il fondamento su cui è costruita la logica operazionale del linguaggio: in base a questa ipotesi, molte operazioni motorie sono talmente importanti in termini di esperienze corporee da tradursi in classi di percezioni, comportamenti e convenzioni linguistiche abbastanza universali.” 5 Il movimento ha così importanza che, in soggetti adulti che per un trauma hanno perso il linguaggio, la stimolazione del midollo spinale per venti minuti al giorno ne ha determinato un miglioramento. Ma non nell’uso di qualsiasi parola, bensì solo dei verbi. E proprio il fatto che il midollo spinale sia deputato a funzioni di movimento sarebbe la spiegazione di questo effetto selettivo6.
Il linguaggio è ciò che ci differenzia da ogni altra specie vivente. E non solo perché possiamo dire ciò che pensiamo. Attraverso il dire modifichiamo il modo con cui guardiamo, comprendiamo e organizziamo la realtà. Lo possiamo vedere in un bambino di 4 o 5 anni che mentre gioca o disegna parla tra sé ad alta voce per aiutarsi nel condurre un ragionamento o nel definire come agire. Lo facciamo anche noi adulti quando ci troviamo ad affrontare un compito complesso: il normale pensiero necessita di diventare “udibile” a noi, solo a noi, perché non è destinato a nessuno. Non ha un valore comunicativo. È quello che Vygotskij ha definito “linguaggio normativo”.
Se il movimento nello spazio caratterizza il modo con cui costruiamo le frasi e nominiamo gli eventi, i movimenti sempre più raffinati delle mani consentono la nascita della possibilità di parlare. Oggi assistiamo ad un significativo incremento di bambini con difficoltà di linguaggio, parallelamente c’è un incremento di bambini impacciati, o addirittura non capaci, nello svolgere compiti che richiedono l’uso della motricità fine, ovvero infilare, prendere oggetti piccoli e collocarli con precisione, ritagliare, fare i nodi, controllare uno strumento come un pennello o una matita, ecc. Questo perché alcune porzioni della zona del nostro cervello deputata al linguaggio, detta area di Broca, si “sono soprattutto attivate in compiti motori e soprattutto in movimenti che implicano
l’uso della mano o delle dita delle mani. Anche solo il pensare di muovere le dita delle mani è sufficiente per attivare una porzione dell’area di Broca (Krams et al, 1998)”7.
Ovverto perché un bambino parli bene serve che usi bene le mani, quindi che faccia tante esperienze di manipolazione e di costruzione.
Parlare di corpo è difficile perché alla fine tutto riconduce lì. Persino parlare di linguaggio riporta al fare. Quello che mi viene in mente è una vecchia canzone che recitava: “Per fare un albero, ci vuole un seme” e chiudeva con: “per fare tutto ci vuole un seme”. Lo stesso vale per noi. Anche le nostre competenze più alte, sofisticate ed astratte partono dal corpo. Per fare tutto ci vuole un corpo. E un corpo che gioca. Ci mettiamo vent’anni di esperienze per arrivare, se siamo bravi, ad una maturazione completa. Tutto il resto della vita viviamo di rendita, accrescendo e migliorando ciò che in quesi primi anni è stato fatto.
Leonardo da Vinci, disegnando il suo Uomo Vitruviano, con un linguaggio diverso cercava di dire la stessa cosa: l’uomo è la misura del mondo. Conosco il mondo a partire dal corpo. Essere consapevoli del proprio corpo è il punto di partenza per conoscere il mondo. Ogni nostra conoscenza e sapere nasce dentro la relazione, relazione del corpo con il mondo. Oggi persino il concetto di tempo è messo in discussione come esistente in sé: il tempo esiste in relazione alla vita che viviamo, e lo misuriamo a partire da un movimento regolare che assumiamo come misura8.
Una ricerca9 rileva che le persone geniali compiono le loro migliori produzioni nei primi anni di vita professionale, tranne alcune eccezioni, non in vecchiaia. Insomma, l’età nella quale investire di più, come documenta anche Spitzer, è la prima infanzia. È fondamentale investire e credere nel gioco. In quello libero e apparentemente banale, quello che le generazioni passate spesso facevano da soli, senza nessuno a guardarli e a dirigerli. Purchè il bambino stia costruendo qualcosa e non stia solo facendo passare il tempo, o distruggendo il gioco di altri. Dare materiale destrutturato, lasciando che l’ordine venga costruito, offrire esempi di possibili ordini, sono esperienze indispensabili. Una riduzione del gioco riduce lo sviluppo della corteccia frontale, producendo una “riduzione delle competenze sociali, della comprensione dell’altro. La nostra società, col passare del tempo, ha sempre più potenziato la scuola, l’apprendimento, la pratica precoce degli sport: ma il gioco è tutt’altra cosa, ha le sue esigenze, ha bisogno di spazi, di libertà, di regole diverse rispetto a quelle degli adulti. Ed è strettamente intrecciato all’apprendimento.”10
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Tratto dal notiziario parrocchiale di dicembre-gennaio consultabile al sito www.unitapastoraleponteranica.it

Note

[11 Oliverio Ferraris, Alberto; Oliverio Ferraris, Anna. Le età della mente (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1592-1595). BUR. Edizione del Kindle.
2 Ibidem, posizione nel Kindle 387
3 ibidem, posizione nel Kindle 2370, 2371
4 Manfred Spitzer, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, Corbaccio editore, 2013
5 Oliverio Ferraris, Alberto; Oliverio Ferraris, Anna. Le età della mente (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1609-1612). BUR. Edizione del Kindle.
6 Fonte Ansa, 12 agosto 2017.
7 Letizia Sabbadini, Disturbi specifici del linguaggio, Milano Springer ed. 2013; ma anche Oliverio, https://web.uniroma1.it/dip_filosofia/sites/default/files/neucos/11%20Oliverio%20Cervello%20e%20linguaggio.pdf
8 Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffello Cortina editore, 2014, pag.156, 157
9 National Geographic Italia, maggio 2017, Genio!, di Claudia Kalb, pag15
10 Oliverio Ferraris, Alberto; Oliverio Ferraris, Anna. Le età della mente (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1450-1454). BUR. Edizione del Kindle.

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Traduzioni Chiara Meloni