Category: Pubblicazioni

Ciao Giulia!

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Venerdì 31 luglio, alle ore 17.15, nella sua abitazione di Ponteranica (Bergamo), circondata dall’affetto della sua famiglia, ha lasciato la vita terrena Giulia Cremaschi Trovesi.

Musicista, pedagogista e musicoterapeuta, attraverso un lungo percorso di studio, insegnamento e pratica professionale, ha contribuito in modo determinante alla definizione e allo sviluppo della Musicoterapia Umanistica in Italia, favorendone la diffusione nei contesti clinici, educativi e formativi. Il suo pensiero pone al centro la persona nella sua globalità e riconosce nella relazione lo spazio fondamentale dell’esperienza musicoterapica.  

Nel 1998 fonda la Federazione Italiana Musicoterapeuti (F.I.M.), con l’obiettivo di promuovere la formazione, il confronto professionale e la diffusione della Musicoterapia Umanistica, contribuendo alla crescita culturale e professionale della disciplina.

Partecipa attivamente al tavolo per la definizione della Norma UNI 11592 sulle artiterapie, contribuendo così al riconoscimento della disciplina e a definirne i contorni della formazione richiesta ad un musicoterapeuta.

Il suo lavoro ha accompagnato centinaia di bambini, ragazzi e adulti con disabilità, lasciando un’impronta profonda anche nelle loro famiglie e in generazioni di musicoterapeuti, educatori e professionisti della salute.

Nel corso della sua carriera ha insegnato, tenuto conferenze e seminari in Italia e all’estero, collaborando con istituzioni sanitarie, università, Conservatori di Musica e centri di ricerca.

È stata autrice di numerosi saggi e pubblicazioni dedicati alla Musicoterapia Umanistica, che costituiscono un punto di riferimento per musicoterapeuti, educatori, insegnanti e professionisti della relazione d’aiuto. La sua straordinaria esperienza umana e professionale è stata raccontata anche dalla Rai nella toccante puntata “Giulia e Giulia” nel programma “Che ci faccio qui” di Domenico Iannacone, che ha fatto conoscere al grande pubblico il legame profondo tra Giulia Cremaschi Trovesi e la violoncellista sorda Giulia Mazza, dimostrando come la musica possa diventare uno straordinario strumento di relazione, di crescita e di sviluppo delle potenzialità latenti della persona, che in un contesto di opportunità come quello della musicoterapia umanistica, possono manifestarsi e svilupparsi.

Con la sua scomparsa il mondo della musicoterapia, della pedagogia e della ricerca perde una delle figure più autorevoli del patrimonio italiano. Il suo contributo è e resterà di costante ispirazione alla ricerca e all’agire musicoterapico di tutti gli allievi che l’hanno conosciuta e seguita negli anni. La gratitudine e la stima continueranno oltre la sua permanenza fisica.

Il Direttivo della F.I.M. e tutti gli associati sono vicini alla famiglia, che ringrazia chiunque voglia unirsi al funerale che si terrà lunedì 3 agosto alle ore 10.00 presso la chiesa parrocchiale di Ponteranica alta (BG).

 

Rinnovo degli incarichi

Giulia Cremaschi Trovesi Presidente Onorario: la F.I.M. rinnova i propri incarichi nel segno della Musicoterapia Umanistica

L’Assemblea dei Soci del 23 giugno 2026 ha rinnovato gli incarichi della Federazione Italiana Musicoterapeuti, conferendo alla Prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi la Presidenza Onoraria e nominando il nuovo Consiglio Direttivo e la Commissione Tecnico-Scientifica, nella continuità dell’approccio della Musicoterapia Umanistica.

L’Assemblea dei Soci del 23 giugno 2026 ha segnato un momento significativo nella vita della Federazione Italiana Musicoterapeuti (F.I.M.), con il rinnovo dei propri incarichi e la conferma dell’identità culturale che da sempre ne orienta il percorso. Tra le deliberazioni assunte, particolare rilievo riveste il conferimento della carica di Presidente Onorario alla Prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi, quale riconoscimento del contributo offerto alla definizione e alla diffusione dell’approccio della Musicoterapia Umanistica, riferimento culturale della F.I.M.. La Presidenza Onoraria testimonia il valore di un patrimonio di pensiero e di esperienza che continua a ispirare la vita della F.I.M. e che riconosce nella centralità della persona, nella qualità della relazione e nell’esperienza musicale i fondamenti dell’agire musicoterapico. Principi che hanno accompagnato il cammino della Federazione e che continuano a orientarne le attività formative, culturali e professionali. L’Assemblea ha inoltre nominato il nuovo Consiglio Direttivo, composto dalla Presidente Valeria Penteriani, dalla Vicepresidente e Segretaria Antonietta Paoletti e dai Consiglieri Paolo Padalino e Sara Marini. È stata inoltre costituita la Commissione Tecnico-Scientifica, presieduta da Paolo Padalino e composta da Franca Moretti, Annalisa Losacco e Manuela Bricconi. La Commissione promuoverà attività di approfondimento, formazione e confronto professionale, contribuendo alla diffusione dell’approccio della Musicoterapia Umanistica e alla valorizzazione delle esperienze e delle competenze presenti all’interno della F.I.M.. Il rinnovo degli incarichi e il conferimento della Presidenza Onoraria esprimono una scelta di continuità, nel segno di un approccio che pone la persona, la relazione e il valore dell’esperienza musicale al centro dell’intervento musicoterapico. La Federazione Italiana Musicoterapeuti rinnova così il proprio impegno nella promozione della Musicoterapia Umanistica, con la volontà di favorire la crescita culturale e professionale della comunità dei musicoterapeuti, sostenere la formazione, valorizzare lo scambio professionale e contribuire alla diffusione di una cultura della musicoterapia fondata sul rispetto della persona, sull’ascolto e sulla qualità della relazione.

Giulia Cremaschi Trovesi – Presidente Onorario

 

Giulia Cremaschi Trovesi

Musicista, pedagogista e musicoterapeuta
Fondatrice della Musicoterapia Umanistica e della Federazione Italiana Musicoterapeuti

A seguito della nomina a Presidente Onorario, il direttivo della F.I.M. desidera esprimere profonda gratitudine a tutto il lavoro di ricerca e di scoperta svolto da Giulia Cremaschi Trovesi. Le parole non saranno mai sufficienti per abbracciare tutto ciò che Giulia ha iniziato e portato avanti in questi anni, accompagnata da altrettanti professionisti e persone di gran cuore e gran pensiero. Ecco perché questo breve scritto nasce: con lo scopo di cogliere l’essenza del cammino fatto fino ad ora e continuare a mantenere lo sguardo all’interno dello stesso orizzonte.

 

Giulia Cremaschi Trovesi è musicista, pedagogista e musicoterapeuta. Attraverso un lungo percorso di studio, insegnamento e pratica professionale, ha contribuito in modo determinante alla definizione e allo sviluppo della Musicoterapia Umanistica in Italia, favorendone la diffusione nei contesti clinici, educativi e formativi. Il suo pensiero pone al centro la persona nella sua globalità e riconosce nella relazione lo spazio fondamentale dell’esperienza musicoterapica. Tra i suoi vari impegni, si ricorda che dal 1980 fino al 2000 ha collaborato con l’Istituto di Audiologia dell’Università di Milano. 

La musica non è intesa soltanto come espressione artistica, ma come possibilità di incontro, ascolto e comunicazione. In quest’ottica, il dialogo sonoro diviene un autentico linguaggio relazionale, capace di accogliere e valorizzare le modalità espressive proprie di ognuno e di arricchire la vita delle persone con elementi che vengono dall’arte: la creatività, l’atteggiamento esplorativo, la fiducia in se stessi e l’autostima. I concetti di Corpo Vibrante e Relazione Circolare rappresentano elementi distintivi della sua elaborazione teorica e della sua pratica professionale. Essi orientano il percorso musicoterapico verso il riconoscimento delle risorse individuali e l’apertura di nuove possibilità comunicative, espressive e relazionali. Nel 1998 Giulia Cremaschi Trovesi fonda la Federazione Italiana Musicoterapeuti (F.I.M.), con l’obiettivo di promuovere la formazione, il confronto professionale e la diffusione della Musicoterapia Umanistica, contribuendo alla crescita culturale e professionale della disciplina.

Le sue pubblicazioni costituiscono un punto di riferimento per musicoterapeuti, educatori, insegnanti e professionisti della relazione d’aiuto. La sua dedizione e passione per la musicoterapia hanno ispirato molti altri terapeuti suoi allievi a proseguire il suo cammino, iniziato da lei stessa come pioniera. Attraverso i suoi scritti, Giulia ha delineato un pensiero nel quale esperienza musicale, dimensione corporea, relazione educativa e pratica musicoterapica si intrecciano in una visione profondamente unitaria della persona. 

Principali opere

  • Il corpo vibrante. Teoria, pratica ed esperienze di musicoterapia con i bambini sordi
    Opera dedicata all’esperienza corporea, all’ascolto e alla comunicazione nella pratica musicoterapica con i bambini sordi.
  • Musicoterapia. Arte della comunicazione
    Testo incentrato sul valore della musica come esperienza di incontro, comunicazione e relazione.
  • Il suono della vita. Musicoterapia tra famiglia, scuola, società, con Mauro Scardovelli
    Riflessione sul ruolo della musicoterapia nei contesti familiari, educativi e sociali.
  • Il grembo materno. La prima orchestra
    Approfondimento sulle prime esperienze sonore, corporee e relazionali della vita prenatale.
  • Leggere, scrivere e far di conto. Superare i problemi di apprendimento con la musica
    Contributo dedicato al rapporto tra esperienza musicale, apprendimento e sviluppo delle competenze scolastiche.
  • L’incanto della parola
    Riflessione sul rapporto tra musica, voce, linguaggio e comunicazione.
  • …dal suono al segno…, con Mira Verdina
    Opera dedicata al percorso che conduce dall’esperienza sonora e corporea ai processi di lettura e scrittura.
  • La partitura vivente
    Riflessione sul valore educativo, umano e relazionale dell’esperienza musicale.

Attraverso la Federazione Italiana Musicoterapeuti, Giulia continua a custodire e trasmettere i principi della Musicoterapia Umanistica, sostenendo il dialogo tra esperienza, formazione e pratica professionale e contribuendo alla salvaguardia della sua identità culturale e metodologica.

Grazie di cuore Giulia!

Connecting Borders – Convegno Mondiale di Musicoterapia

Dal 7 al 12 luglio 2026, si è svolto il diciottesimo Congresso Mondiale di Musicoterapia a Bologna, dal titolo Connecting Borders.

Musicisti musicoterapeuti e professionisti provenienti da ogni paese del mondo si sono incontrati per lavorare insieme, condividere lavori ed esperienze. Millecinquecento i partecipanti, dei quali un quinto professionisti italiani.

Ad organizzare il Congresso le tre Associazioni italiane di musicoterapia: AIM, FIM e Punto di Svolta, che per la prima volta si sono congiunte per dare un contributo reciproco alla realizzazione di questo congresso mondiale.

Molte proposte e lavori in contemporanea hanno permesso ai partecipanti di poter seguire diversi incontri e workshop, ognuno con un carattere e una connotazione specifiche, dati anche dai molteplici contesti culturali che si sono interfacciati.

Presenti tutti e tre i referenti delle associazioni italiane all’incontro italiano dei professionisti della musicoterapia, per condividere il punto della situazione attuale e gli intenti futuri che andrebbero incontro ad una collaborazione sempre maggiore nel rispetto delle singole caratteristiche.

I lavori sono stati espressione di ricchezza culturale che aiuta ogni singolo professionista all’apertura e alla comprensione delle diversità culturali, teoriche e metodologiche. Un allenamento per mettere a fuoco la propria identità rispetto ai molteplici modi di guardare la realtà.
Elemento comune a tutti: il benessere dell’essere umano, anche in condizioni limite.

I lavori infatti erano dedicati a diversi orizzonti di cura, dal prenatale all’accompagnamento alla morte, alla rielaborazione del lutto attraverso le pratiche vocali di ogni tradizione culturale.
Interessanti i workshop dedicati alle improvvisazioni musicali, espressione non solo di tradizioni culturali specifiche, ma anche di tecniche che sono maturate nella storia e nella pratica della musicoterapia.

Prossimo Congresso Mondiale nel 2029 in Thailandia, a Bangkok!

Appuntamento intermedio: Congresso Europeo di Musicoterapia (EMTC), dal titolo Voices in Harmony,  programmato dal 5 all’8 luglio 2028, a LjubiJana (Slovenia).

Weekend invernale “MAI PIù DA SOLI – Il bello di essere famiglia e comunità”

Il 27 e 28 dicembre scorsi la Casa del Pellegrino di Crema ha accolto il primo Weekend Invernale “Mai più da soli – II bello di essere famiglia e comunità”.

La formula, ormai rodata dalle omonime settimane e weekend estivi, ha visto il susseguirsi di laboratori e momenti di attività tutti insieme, pasti compresi.

È stata una festa di famiglie, incontri, sorrisi, nuove amicizie, condivisione, stupore, coinvolgimento, musica, danza, allegria.

Sono stati due giorni dedicati a famiglie bambini e ragazzi dai 2 ai 34 anni, per riscoprire insieme il bello dell’essere comunità. Un’occasione per condividere esperienze, creatività e sorrisi, con laboratori inclusivi, musicali e artistici. Un weekend per crescere, divertirsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande: una rete di relazioni e affetto.

I professionisti si sono preparati con serietà e passione nell’incontro di autoformazione di novembre 2025 svoltosi presso lo Studio Balestracci Beltrami a Crema. Hanno scaldato i motori con i laboratori del Sabato del Pellegrino di ottobre e novembre scorsi. Questo ha reso possibile organizzare giornate ricche di attività, laboratori in cui la contaminazione e la presenza di più professionisti è stata occasione di arricchimento per tutti e aiuto reciproco nella gestione delle situazioni di maggiore fragilità.

I due cuori pulsanti dell’iniziativa sono il “modello Pellegrino” (approccio educativo che sostiene il modo di operare della Casa del Pellegrino e da cui deriva il motto MAI PIU’ DA SOLI) e la “Musicoterapia Umanistica” con le sue applicazioni pratiche in ambito relazionale ed educativo.

Tre i professionisti FIM presenti:

Paola Beltrami – ideatrice e referente dei Weekend MAI PIÙ DA SOLI;

Cecilia Zaninelli – sassofonista e musicoterapeuta;

Eleonora Ornaghi – arpa terapeuta e studentessa del corso di musicoterapia “G. Cremaschi Trovesi”.

Gli altri professionisti in gioco sono stati:

Emanuele Gusmaroli – attore ed educatore teatrale;

Siria Polloni – danza terapeuta;

Marcella Marchi – arte terapeuta;

Annalisa Andreini – foodblogger e insegnante attività culinarie;

Laura Patelli – insegnante yoga;

Clown ViP;

Trio acustico Chakra;

Ass. Mus. Il Trillo;

Centro diurno Bella storia.

 

Le iscrizioni sono arrivate, superando le attese: 16 famiglie, 22 tra bambini e ragazzi partecipanti.

Il Weekend è stato un’esperienza inclusiva da tanti punti di vista: età che si incrociano (bambini, ragazzi, giovani adulti), famiglie che si incontrano, disabilità che diventano risorse, unicità che si cercano e specchiandosi negli occhi dell’altro scoprono la propria ricchezza interiore, i propri talenti, vincendo la timidezza, accogliendo le proprie e altrui fragilità.

Le due giornate sono state ricche di vita e un grande successo, confermato dalla luce sui volti di tutti, dai sorrisi, dalle strette di mano, dagli abbracci, dalla leggerezza vissuta e respirata.

Dopo queste giornate, siamo sempre più consapevoli che in qualche modo tutte le attività proposte – e sono state tante – hanno creato un sottile filo rosso che ha tessuto una rete tra tutti i presenti, e soprattutto che tutti abbiamo bisogno di vivere e incarnare quel MAI PIÙ DA SOLI, che non è solo un motto, ma un modo di essere.

In breve le attività proposte in questa edizione sono state: musica d’insieme, laboratorio di attività manuali, di cucina, teatro improvvisato, arte terapia, danza inclusiva, favola musicale, yoga e arpa, concerto natalizio, animazione clown. Con un denominatore comune: vivere la relazione per accogliere e lasciarsi accogliere.

E tutto questo non senza criticità e fatiche. Il freddo dell’inverno che ci costringe a stare al chiuso il ritrovarci tutto il giorno chiusi nello stesso ambiente, la necessità di spostarci nell’attiguo oratorio il giorno dopo, la stanchezza dei genitori, l’irritabilità dei ragazzi e la vivacità dei bambini ci ha messo alla prova non poco. Ma è stato proprio nei momenti più critici che abbiamo capito quali siano stati i nostri punti di fragilità e quelli di forza e soprattutto abbiamo sentito che la coesione tra professionisti e il sostegno della Casa del Pellegrino ci hanno fatto superare piccoli momenti di empasse.

Grazie allora di cuore a tutti coloro che hanno permesso la buona riuscita del weekend MAI PIÙ DA SOLI.

Grazie alla Casa del Pellegrino che ci ospita e ci accoglie sempre a braccia aperte e, sebbene creiamo scompiglio, è sempre disponibile a farci sentire a casa; per la sua cucina sempre ottima, per i giovani che vi operano attenti e disponibili alle esigenze dei partecipanti e dei professionisti.

Grazie all’oratorio di S. Maria della Croce che ci ha ospitati il secondo giorno, facendoci trovare un luogo caldo e in ordine.

Grazie a tutti i professionisti già citati e alla Federazione Italiana Musicoterapeuti – FIM che ci sostiene e promuove.

E soprattutto grazie alle famiglie, ai bimbi ai giovani per tutta la Vita che hanno portato e donato.

 

Paola Balestracci Beltrami

Conversazioni – Musica e Terapia

Venerdì 7 marzo Giulia Cremaschi Trovesi è intervenuta nella prima edizione della rassegna “Conversazioni”, organizzata dalla Biblioteca musicale de Sabata – Ceccato nella suggestiva cornice di Palazzo Polli Stoppani a Bergamo Alta.

Il suo contributo, dal titolo “Musica e terapia”, comincia, come sempre, spiazzando e incuriosendo i partecipanti: il primo oggetto misterioso è la poderosa conchiglia che Giulia ha suonato verso le corde dell’ottimo Steinway & Sons il quale ha ricambiato offrendo una nitida risonanza con grande varietà di armonici. 

Conquistata in fretta l’attenzione degli uditori, Giulia ha affrontato l’argomento in questione, la Musicoterapia, partendo da alcuni milioni di anni fa e mostrando le impronte di passi visibili sui reperti, testimonianza di quanto l’ordine ritmico sia appartenente all’Uomo sin dalle sue origini. Dopo la proiezione di altre immagini che hanno consolidato la ricerca dell’ordine ritmico nella storia da parte dell’uomo, si è arrivati al momento imprescindibile della sperimentazione: i giochi con le mani e con la voce, riferiti rispettivamente alla durata e all’altezza del suono, hanno coinvolto pian piano i partecipanti che hanno così potuto ricalcare con il proprio corpo le nozioni prima ascoltate con le parole. E’ sempre interessante ed affascinante vedere un contesto di persone alle quali viene chiesto di creare un movimento, un suono o di intonare una scala musicale: l’uditorio era composto da persone non giovani, certamente curiose ed interessate ma che presumibilmente si sarebbero aspettate di ascoltare passivamente un oratore. Nel momento nel quale viene loro chiesto di partecipare attivamente è visibile che, rotto l’involucro di timidezza e di sorpresa, si scopra la bellezza del gioco, nel quale il nostro lato bambino può finalmente aver di nuovo una voce. 

Dividendo i presenti in due cori, Giulia ha poi diretto i gruppi con le mani, creando polifonia: questa magia, data spesso per scontata, è alla base della musica che conosciamo da alcuni secoli ma quando la si sperimenta porta sempre allo stupore. La diversità di due note che, proprio a ragione della propria diversità, creano un’armonia, emoziona chi ha la fortuna di coglierlo. I feedback e gli sguardi dei presenti hanno provato che i contenuti dell’incontro li hanno raggiunti e arricchiti.

Niccolò Zampiron racconta la sua esperienza in musicoterapia

La mia esperienza alla Scuola di Musicoterapia Umanistica è cominciata il 30 aprile 2020, quando partecipai a un webinar dove Mauro Scardovelli intervistava Giulia Cremaschi Trovesi.

Nel parlare della musica ponevano il suono al cuore della relazione fra le persone. Questa prospettiva mi incuriosì tanto che ho deciso di approfondire perché il suono avesse questo ruolo fondamentale nella vita di tutti. Per farlo decisi di frequentare la Scuola di Musicoterapia Umanistica organizzata dalla A.P.M.M..

Da quel momento iniziai un viaggio meraviglioso che mi ha portato a scoprire la magia celata dentro alla musica, nella sua natura fisica e nella sua bellezza, che era qualcosa che avevo sempre vissuto ma che non riuscivo a cogliere del tutto. Gli studi fatti in Conservatorio mi avevano preparato per l’atto performativo ma non per quello relazionale e pedagogico. Dunque, mi mancava quello che ho trovato finalmente negli insegnamenti di Giulia: il suono è relazione perché coinvolge i corpi attraverso la risonanza e questo genera una comunicazione reciproca fra le persone, uno scambio di emozioni e significati profondo, intenso, diretto che ci aiuta, ci fa stare bene. 

Lo sguardo di questa musicoterapia è umanistico proprio perché osserva la persona e la accoglie così com’è, da valore alle sue capacità e la porta con fiducia a uno scambio creativo di suoni, perché si è mossi dalla consapevolezza che la musica è dentro di noi e attorno a noi e va scoperta.

In questa visione c’è un messaggio pedagogico che ascolta e valorizza la persona. Infatti, sentirsi ascoltati porta ad ascoltarsi, a diventare più presenti e a sentirsi più forti nell’affrontare le difficoltà. In tal modo si possono apportare miglioramenti sorprendenti nella qualità della vita. 

Nel mio lavoro di insegnante nella scuola secondaria di primo grado mi trovo di fronte a diverse fragilità, ma ho notato che far fare ai ragazzi esperienza diretta di suoni belli li porta a scoprire il piacere di suonare, di ascoltare e di condividere la musica insieme agli altri. 

Esperienze meravigliose sono state, ad esempio, quelle negli incontri di musicoterapia con un ragazzo autistico di undici anni che nel corso di un anno solare è passato dal voltarmi le spalle a suonare insieme a me al pianoforte il tema delle dodici variazioni di Mozart sulla canzone “Ah, vous dirait-je maman”, ma lo sono state anche le esperienze vissute nelle classi, dove i ragazzi scoprono che perfino con oggetti comuni si possono creare atmosfere sonore suggestive che invitano ad ascoltarsi e aiutano a sentirsi un gruppo.

In conclusione, i quattro anni alla Scuola di Musicoterapia Umanistica mi hanno offerto momenti di scoperta continua che mi hanno reso più consapevole di quanto la musica sia parte della vita di tutti e del suo potere comunicativo. Oggi le esperienze concrete del mio lavoro mi offrono scenari nei quali posso osservare come la musica diventi un elemento di unione, di bellezza e di gioia.

“Suonare – osservando, osservare – suonando” Masterclass al Conservatorio “Santa Cecilia” Roma

Dal 2 al 4 novembre 2023 al Conservatorio Santa Cecilia di Roma Angela Cremaschi ed Elisa Pezzi hanno tenuto una Masterclass dal titolo: “Suonare-osservando, osservare-suonando”. Angela ed Elisa hanno incontrato un gruppo di pianisti, affrontato il tema dell’improvvisazione musicale in musicoterapia umanistica e ora ci raccontano la loro esperienza.

“Abbiamo iniziato la masterclass ponendo dei quesiti: che cos’è il suono? Da cosa è formato il suono? Si scrive il suono? Come si scrive?

Molti studenti hanno collegato la musica al benessere fisico, emozionale restando su un livello più astratto di conoscenze del suono. 

Noi abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo cercato di capire che cosa sia fisicamente il suono: vibrazione che scaturisce dal movimento di un corpo elastico. Inoltre abbiamo proposto di sperimentare che cosa il suono provoca ai corpi che attraversa durante la sua trasmissione.

Il suono provoca una vibrazione che ci coinvolge interamente; lo percepiamo attraverso il nostro corpo che è esso stesso in grado di produrre suoni attraverso la voce e il movimento. Le parole sono suoni. 

Il suono nasce quindi dal movimento e provoca un ulteriore movimento. 

Il benessere o malessere che ne può scaturire è una conseguenza della sua natura intrinseca. 

Dal suono si arriva alla musica, alla sua scrittura, identificando due dei suoi parametri fondamentali: altezza e durata. 

L’uomo vive la durata del suono e la esprime con il movimento nello spazio, l’altezza nasce dal movimento delle colonne d’aria dentro il corpo. 

Abbiamo improvvisato rispecchiando attraverso la musica un gesto e un modo di camminare di ogni persona presente. Il pianista leggeva il movimento rispecchiandolo attraverso l’intensità del suono, il tempo e il ritmo. Le scelte melodiche e armoniche del pianista scaturivano dalla lettura delle caratteristiche singolari di ogni persona.

Nel pomeriggio del secondo giorno sono venuti a trovarci prima Alice e poi Francesco, con cui abbiamo fatto due incontri di musicoterapia umanistica. 

Alice, ragazza di 18 anni con tetraparesi, sopra la cassa armonica del pianoforte è riuscita a rilassarsi e a compiere dei movimenti, a lasciar vibrare il suo corpo visibilmente contenta e gioiosa. 

Francesco, bambino di 8 anni, senza una diagnosi precisa, con ritardo generalizzato, ha compiuto per la prima volta dei movimenti con la lingua, legati ad alcune consonanti. 

Abbiamo coinvolto gli studenti distribuendo strumenti ritmici con cui abbiamo suonato insieme.

Dopo l’esperienza diretta abbiamo commentato con gli studenti quello che avevano visto, cosa avevano notato. La maggior parte di loro ha notato quanto fosse potente a livello comunicativo quel tipo di improvvisazione al pianoforte. Da lì abbiamo lavorato sperimentando sull’importanza dell’improvvisazione musicale e notando come un’efficace improvvisazione sia in grado di potenziare il livello di attenzione dell’altro e di come l’azione del corpo della persona diventi più centrata ed armonica. 

Ringraziamo il Conservatorio Santa Cecilia di Roma e la prof.ssa Isa D’Alessandro per aver creduto in questo progetto e averlo proposto”.

Arpa terapia. Suoni che curano l’anima

Articolo di Paola Beltrami da State of mind – Il giornale delle scienze psicologiche

La prima domanda che immagino sorgere nel lettore è: Perché si parla di arpa terapia e non di musicoterapia con l’arpa? E poi, se esiste l’arpa terapia esiste anche la violino terapia, la piano terapia, l’oboe terapia? Cosa c’è di così unico nel suono dell’arpa tanto da affiancare la parola “terapia” per designare questo modo particolare di curare con i suoni? E quindi, da ultimo, che cos’è l’arpa terapia? Quali sono i suoi principi costitutivi e i suoi ambiti d’intervento?

Sono arpista e musicoterapeuta. Dopo trent’anni di esperienza in musicoterapia mi sono affacciata al mondo dell’arpa terapia studiando e diplomandomi presso l’International Harp Therapy Program creato da Christina Tourin (la sua storia e la sua attività sono consultabili sul sito).

Prima di addentrarmi nella magia del suono dell’arpa, vorrei spendere due parole su ciò che arpa terapia non è, per fare pulizia di idee e di linguaggio.

Innanzitutto arpa terapia non è concertismo, nemmeno pensato al letto di un malato o in una hall di un ospedale. Nel libro Arpa terapia. Suoni che curano l’anima ho scritto:

Arpa terapia è qualcosa di unico, come un abito fatto su misura. Sebbene anche una buona musica ascoltata in un concerto possa far bene ed abbia sicuramente dei risvolti terapeutici, l’arpa terapia è qualcosa di altro e di più.

E’ suonare, improvvisando, la musica adatta alla persona, per favorirne il rilassamento, il lasciar andare le tensioni, l’affidarsi per rigenerarsi. E’ creare uno “spazio sacro”, una “culla del suono” che abbracci, accolga, custodisca il paziente/cliente. Perché il suono dell’arpa crea emozione, rilassamento, benessere, ottenuto da un profondo e tranquillizzante effetto sonoro, un vero e proprio massaggio corporeo semplice e naturale, compiuto dalle potenti ed avvolgenti vibrazioni che scaturiscono dallo strumento, quando l’arpa terapista improvvisa e suona ascoltando profondamente la persona che gli è affidata.

Arpa terapia è quindi fare musica con il cuore, creando momento dopo momento le sonorità adatte a generare benessere in chi ascolta. Il dialogo sonoro nasce ricalcando il ritmo respiratorio, trasformando con suoni e ritmi la corporeità della persona, le sue tensioni o rigidità, la sua postura, il timbro vocale, la gestualità, la mimica. E il dialogo, se è veramente tale, si trasforma, non è monologo a senso unico, ogni frase tiene conto della risposta dell’altro, vi si adegua, ascolta, accoglie, e lentamente conduce alla trasformazione, a modificare lo stato tonico-emotivo e a favorire la guarigione, intesa non come riduzione dello stato di malattia, ma come acquisizione di benessere fisiologico e interiore, pur persistendo, nella maggioranza dei casi, la patologia.

Infatti, l’etimologia della parola guarire è riconducibile all’antico germanico warjan = mettere al riparo, difendere, proteggere, a sua volta, dalla radice var- = guardare o anche coprire (entrambi nel senso di curare, proteggere). Identica radice si trova nell’inglese to ware = curare, proteggere. (Etimologia tratta daetimo italiano. Consultato il 2 gennaio 2021)

La guarigione è un quindi un duplice processo in quanto dipende sia dal malato che si lascia “guardare, proteggere, curare”, sia dall’arpa terapista che con la sua musica può mettere al riparo, custodire, sostenere e comprendere chi vi si affida.

Inoltre arpa terapia non è musicoterapia.

Usare l’arpa in musicoterapia è auspicato per generare un’attenzione d’ascolto profonda, intensa. L’arpa ha un timbro poco conosciuto, può stupire, incantare, proprio come il mito di Orfeo ci ricorda. Può penetrare in dialogo sonoro con il pianoforte a coda per amplificare l’effetto della risonanza e infondere una benefica energia in chi ascolta seduto sopra la sua casa armonica.

Ma usare l’arpa in musicoterapia non significa fare arpa terapia perché le due discipline, per quanto possano apparire differenti solo nell’uso dello strumento principale, hanno scopi e modi di approccio distinti.

L’arpa terapia non ha finalità che riguardano il cambiamento del comportamento della persona. Non si preoccupa che il bambino impari a parlare, o che la persona riprenda a camminare. È un “qui ed ora” in cui si crea una “Culla del suono” che agisce sul respiro, sul dolore, sul malessere dell’individuo e li trasforma. L’obiettivo principale riguarda prevalentemente la sfera emotiva che si manifesta nella fisiologia della persona. L’intervento non è continuativo come quello della musicoterapia e il beneficio che si ottiene dipende dalla qualità particolare del timbro del suono.

Ecco perché si parla di arpa terapia. Il potenziale curativo della terapia con i suoni dell’arpa sta proprio nella particolare caratteristica del timbro di questo strumento e del modo in cui le corde vengono pizzicate (Fig. 1)

Arpa terapia la musica e il suono come strumenti di cura Psicologia Fig 1

Fig. 1: L’arpa

Senza addentrarci nel difficile linguaggio della fisica acustica e in contenuti troppo specialistici, ci basti in questa sede ricordare che l’arpa è uno strumento a corde pizzicate con caratteristiche specifiche. La corda è pizzicata circa a metà della sua lunghezza. Questo crea un suono particolare (viene annullato il secondo armonico) che al nostro orecchio appare particolarmente puro, cristallino, angelico. Ogni corda pizzicata continua a vibrare a lungo a meno che non la si smorzi. La somma delle vibrazioni di una corda dopo l’altra e di più corde simultaneamente crea un impasto sonoro che avvolge la persona in ascolto.

I suoni si intrecciano, gli effetti di risonanza si sommano e raggiungono la persona che ascolta penetrando in profondità.

Non tutti i suoni risuonano nel corpo allo stesso modo. Non tutti i suoni raggiungono tutte le parti del corpo. Se mi pongo in ascolto, sia mentre suono, sia mentre ascolto, mi accorgo dei diversi punti di risonanza.

I suoni gravi convibrano nelle parti centrali e basse del corpo (addome, gambe, piedi), quelli più acuti li sentiamo nel torace, collo, testa. Anche noi siamo uno strumento musicale, decisamente il più bello e il più completo. Anche noi non possiamo sfuggire alle leggi di risonanza.

Inoltre nell’arpa non c’è mediazione tra dito e corda. Il dito trasmette alla corda l’intenzione e lo stato d’animo di chi suona. Le dita stringono e lasciano andare le corde in un gioco di tensione/rilassamento da cui scaturiscono i suoni.

Suonare è lasciare andare. Se dita, mani, braccia, spalle, schiena, sono tesi, il suono che si produce è teso, aspro. Come arpa terapista devo costantemente essere attenta a me stessa: come e con quanta profondità entro nelle corde? Come attacco il suono? Sono connessa con il mio corpo? Come posso rilassarmi per migliorare il mio suono?

E, nel momento in cui il suono esce dalle dita, dove e come si propaga? Sono in ascolto?

In arpa terapia è quasi più importante lo spazio e il tempo fra un suono e l’altro.

La fisica acustica diventa vita, relazione, compartecipazione, dialogo. Il dito che pizzica la corda fa sì che l’arpa diventi e sia lo specchio della mia anima. Non ci sono intermediari. Come sto? Che emozione voglio trasmettere?

Quando si pensa alla terapia, si immagina di solito un recuperare uno stato di salute che ci permette di condurre (nuovamente) una vita attiva, dinamica.

La terapia con l’arpa è innanzitutto un’occasione per ritrovare sé stessi. Curare con i suoni significa permettere alla persona di fare esperienza di tranquillità, serenità, pace, amore, speranza.

Gli effetti benefici non riguardano solo la sfera emotivo-esistenziale, ma anche – e di pari passo, direi – quella più strettamente fisiologica. Numerosi studi riportano infatti miglioramenti sia immediati, sia protratti nel tempo, come un maggiore rilassamento, miglioramento del sonno, diminuzione del dolore e dell’ansia, stabilizzazione dei parametri vitali e dell’umore. Ma non è tutto. A seconda dell’ambito di applicazione dell’arpa terapia, sono stati riscontrati effetti positivi specifici.

Ed arriviamo all’ultima domanda che mi sono posta all’inizio dell’articolo, quali sono gli ambiti di intervento dell’arpa terapia?

L’elenco è lungo perché man mano che questa disciplina si diffonde, si sperimenta in svariati contesti educativi, terapeutici e sociali ottenendo sempre ottimi risultati, oggi supportati anche da ricerche scientifiche. La rivista americana Harp Therapy Journal creata nel 1996 da Sara Williams raccoglie ogni anno studi, esperienze, ricerche all’avanguardia nell’ambito dell’arpa terapia.

Sicuramente un ambito molto importante è quello ospedaliero, a più livelli. L’arpa terapia fa bene al malato, ai famigliari e anche allo staff medico e sanitario.

L’arpa terapia trova applicazione in patologia neonatale, in pediatria, in cardiologia, in oncologia, in geriatria e nei reparti di lungo degenza.

La dolcezza del suo suono e il modo particolare in cui si propaga nello spazio, fanno dell’arpa uno strumento particolarmente adatto a

creare un ambiente rilassante per pazienti, famiglie, visitatori e personale,

-permettere ai pazienti ospedalieri e alle famiglie di concentrarsi su qualcosa di bello per distrarli dal dolore e donare loro speranza,

-vibrare e penetrare nei tessuti e nelle cellule del corpo,

-fornire una stimolazione sensoriale positiva,

-fornire cure palliative per i pazienti ospedalieri e per quelli in fase di transizione,

-migliorare gli effetti fisiologici, come tensione muscolare rilassata, maggiore ossigenazione, battito cardiaco più lento, abbassamento della pressione sanguigna.

L’arpa terapia può essere utilizzata in ambito educativo con bambini anche molto piccoli che frequentano l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Ascoltare con le mani o con i piedini le vibrazioni dell’arpa che si trasmettono alla cassa armonica è un’esperienza molto coinvolgente per i piccoli, è un modo per guidarli ad un ascolto profondo di sé, a percepire il proprio corpo, a familiarizzare con il suono e la musica. Chi è agitato si calma, chi è timido lentamente si avvicina e si lascia coinvolgere, chi proprio non riesce a star fermo, catturato dal suono, comincia ad avvertire le “formichine” o il solletico sotto le dita, si incuriosisce, si ferma, comincia ad ascoltare. E poi la magia della vibrazione delle corde, l’arte di pizzicarle per produrre suono, mette in atto la coordinazione occhio-mano, raffina la percezione fino alla punta delle dita, crea circuiti neuronali nuovi e prepara in modo naturale ad un uso sempre più preciso delle mani e delle dita che diventeranno prensione, manipolazione, scrittura.

Un altro importante ambito di intervento riguarda la disabilità. Almeno per due motivi, entrambi di natura fisico-acustica. Il primo è la risonanza, cioè il modo in cui le vibrazioni sonore si trasmettono al nostro corpo e lo fanno convibrare. In musicoterapia umanistica si parla di risonanza corporea. Il bambino seduto o sdraiato sul pianoforte è immerso nei suoni che la musicoterapeuta improvvisa calibrando ritmi, melodie e armonie in base alla situazione relazionale che si genera. Sono suoni che cullano, accarezzano, massaggiano, fanno sentire al bambino il proprio corpo e gli danno la percezione fisica ed emotiva di essere accolto, ascoltato, valorizzato per ciò che è, prima ancora che per quello che fa.

La trasmissione del suono dell’arpa è diversa da quella percepibile attraverso il coperchio del pianoforte a coda. Non si sta sopra il generatore del suono (lo strumento musicale), ma a fianco. Le onde sonore dell’arpa si propagano in tutto lo spazio circostante ed avvolgono, per risonanza, la persona. L’arpa poi si può abbracciare, se ne può sentire la vibrazione con le mani, i piedi, la testa, la pancia la schiena. La sensazione è quella di un massaggio sonoro che scioglie le tensioni, che libera, rilassa e rigenera. Immaginiamo allora come possano essere coinvolti in questo ascolto bambini con sordità, tetraparesi spastica, prematurità, autismo, difficoltà di attenzione, sindromi genetiche, ritardi psicomotori, ma anche del linguaggio, perché il suono entra nel profondo e favorisce il desiderio di aprirsi e comunicare.

Il secondo elemento è il timbro del suono unico dell’arpa (Fig. 2). Nei miei trent’anni di esperienza nell’ambito della musicoterapia ho sperimentato più volte la potenza del suono dell’arpa per superare le memorie del dolore. Ho lavorato con bambini down e cardiopatici che hanno subito importanti interventi chirurgici. Ebbene il suono dell’arpa, per lo più sconosciuto ai bambini o sicuramente meno noto di quello del pianoforte, ha favorito la rottura dello schema musica = dolore, innescato dalla scorpacciata di musica classica in filo diffusione subita durata il ricovero in terapia intensiva. Il timbro dell’arpa favorisce immagini emotive nuove (un bimbo cieco mi disse “la doccetta!” ascoltando in braccio a me il suono dolce delle melodie che improvvisavo per lui), stuzzica la curiosità generando un profondo rilassamento. E’ difficile resistere e persistere nelle proprie chiusure. Ricordo in pediatria un bimbo sfiancato dalla tosse persistente che durava da giorni. Avvicinatami con la mia arpa a lui, corse in braccio alla mamma e l’abbracciò forte. Smise di tossire e quasi si addormentò, con la mamma incredula e felice per quel momento di pace che nessuna medicina purtroppo aveva potuto darle.

Arpa terapia la musica e il suono come strumenti di cura Psicologia Fig 2

Fig. 2: Particolarità dello strumento

Altri ambiti di intervento dell’arpa terapia sono le carceri, dove è possibile attivare progetti per la riabilitazione dei detenuti sia attraverso l’ascolto della musica d’arpa, sia attraverso l’insegnamento dello strumento stesso.

Anche sugli anziani la musica d’arpa ha un effetto notevole, sia in sessioni individuali che come terapia di gruppo.

Per questo l’arpa terapia si sta diffondendo anche in Italia nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Non mi soffermo ora su questo tema perché merita una trattazione a parte. Vorrei solo avviarmi alla fine di questa carrellata citando l’ambito del fine vita e delle cure palliative, contesto in cui l’arpa terapia sta prendendo piede anche in Italia accompagnando con delicatezza e dolcezza tante persone a concludere il loro cammino terreno nel migliore dei modi.

Infine non posso non fare cenno del vasto ambito dello stress, dell’ansia, delle nevrosi in cui l’arpa terapia è un ottimo strumento per ritrovare serenità e lasciar andare le tensioni. Si lega a questo il contesto dello yoga e della meditazione, ambiti in cui la musica e il raccoglimento, l’autoascolto, la riflessione, si fondono in un tutt’uno rigenerante che porta a un nuovo equilibrio interiore.

Anche la preghiera, la contemplazione, sono arricchite dal suono dell’arpa, perché la musica che si diffonde nella chiesa calma anche gli animi più inquieti, dona pace, sollievo, serenità e apre le porte all’Infinito.

Concludendo, l’arpa terapia pur essendo una disciplina antica, si sta diffondendo solo da pochi decenni come trattamento complementare (non sostitutivo) alla medicina ufficiale. I suoi benefici effetti, oggi studiati e “misurati” in ricerche scientifiche, ne attestano la validità ed efficacia.

Molti sono gli ambiti in cui viene utilizzata e sicuramente molti altri sono ancora da esplorare.

Saper suonare l’arpa non basta per fare terapia. E’ la base di partenza, una buona partenza. Poi è necessaria una formazione seria e mirata, perché, come dicevo all’inizio, una cosa è suonare, un’altra è saper creare una “culla del suono” capace di accogliere la persona e di contribuire al suo processo di guarigione.

Musicoterapia Umanistica. La musicoterapeuta improvvisa. Il suo compito è quello di accogliere, rispettare, valorizzare il dolore attraverso il bello dell’arte.

Articolo di Paola Beltrami da State of mind – Il giornale delle scienze psicologiche

“Qual è il punto di forza e il punto fragile della tua musica?” mi ha chiesto recentemente Simone (nome inventato), un ragazzo di 12 anni con tetraparesi spastica. Non ero pronta alla domanda, ma la risposta è uscita immediata, istintiva e sincera. “La musica mi dà gioia. Suonare per tanti bambini e ragazzi mi rende felice. Questo è il mio punto di forza. La fragilità sta nella paura che talvolta ho nel suonare davanti a tante persone. Ma qui con te non ho paura”.

Da trent’anni suono quotidianamente per un pubblico davvero speciale. Sperimento ogni giorno la potenza della musica improvvisata in modo comunicativo per portare gioia, speranza, condivisione. Per far questo mi sono dovuta liberare dei condizionamenti e dei retaggi culturali acquisiti durante gli anni di studio in Conservatorio.

Dopo il diploma di arpa e di musicoterapia ho proseguito la mia formazione con la prof.ssa Giulia Cremaschi di Bergamo e ho avuto la fortuna (o la grazia, come dico io) di essere testimone e protagonista del farsi della Musicoterapia Umanistica in Italia. Ne ho seguito le fasi salienti, la costituzione della Associazione Pedagogia Musicale e Musicoterapia (APMM) che porta il nome della caposcuola e la nascita della Federazione Italiana Musicoterapeuti (FIM), di cui sono socio fondatore. Sto ultimando gli studi in arpa terapia presso l’International Harp Therapy Program (IHTP), con sede a Bologna.

Ho imparato sul campo a fare musica dal vivo, come, d’altra parte, è sempre avvenuto a partire dalla notte dei tempi. Nel corso della storia dell’uomo, infatti, la musica è sempre stata improvvisata e creata al momento.

La musica è espressione delle emozioni, di tutte le emozioni. Cosa accade in musicoterapia? Lungi dal fare spettacolo, o dall’utilizzare gli strumenti musicali in modo virtuosistico, si suona per portare gioia, vita, festa, laddove c’è sofferenza, dolore, chiusura, negazione. Si suona improvvisando per destare l’ascolto in un’altra persona.

Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo e di unico. Ogni singolo uomo è una cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. (M. Buber in Cremaschi Trovesi, 2014)

Questo è vero anche per la persona che nasce con una disabilità, o che per motivi diversi incontra la malattia e l’handicap nel corso della sua vita?

Siamo abituati a chiudere le persone in categorie: cerebroleso, sordo, cieco, autistico, down… e la riabilitazione usa programmi diversi a seconda della patologia. Bisogna rispettare il protocollo. La visione umanistica allarga lo sguardo alla persona, alla sua unicità. Musicoterapeuta e paziente sono risorsa l’uno per l’altro e insieme si mettono in gioco. È “l’esserci” fenomenologico (Cremaschi Trovesi, 2014). Dalle risposte della persona, la musicoterapeuta comprende quanto lei stessa riponga o meno fiducia nella persona che gli è affidata. Nella pratica musicale creativa è messa alla prova la stima per la persona al di là di ciò che essa lascia trapelare di sé o che la diagnosi ha sentenziato.

Tutto comincia con l’ascolto. Quale ascolto?

Operare in musicoterapia significa portare l’ascolto a livello di arte di ascoltare. Sì, perché ascoltare è un’arte, ma anche farsi ascoltare è un’arte. Non è scontato accorgersi di ricevere le vibrazioni di uno strumento musicale. Non è scontato che un bambino senta con tutto il corpo le vibrazioni di una pelle di tamburo, o quelle della cassa armonica del pianoforte a coda (Balestracci Beltrami, 2009a).

L’aria trasmette le onde sonore. In assenza dell’aria non può esserci trasmissione delle onde sonore, perché un corpo in vibrazione non può generare onde sonore. Le onde sonore coinvolgono tutto quello che incontrano: gas, liquidi e solidi. Il convibrare delle onde sonore è risuonare. La riflessione del suono è eco (Righini, 1994). Ad ogni respiro l’aria entra ed esce dal nostro corpo. Ad ogni respiro rinnoviamo il nostro convibrare con il mondo.

La nostra voce è aria inspirata che, premuta verso l’esterno, si trasforma in onde sonore. Quindi anche le parole sono onde sonore, aria in movimento. La parola è suono (Cremaschi Trovesi, 2014). Il suono ha una duplice definizione (Righini, 1994):

  1. sensazione uditiva determinata da vibrazione acustica,
  2. vibrazione acustica determinata da sensazione uditiva.

Il suono è quindi relazione tra un corpo elastico in grado di produrre vibrazioni (fonte del suono) e un corpo elastico in grado di riceverle.

Il suono è un fenomeno complesso. Quando pensiamo di percepire un suono, in realtà riceviamo la risultanza, nella simultaneità, di una frequenza fondamentale e dei suoi armonici. Una cosa è sapere cosa sono gli armonici, una cosa è ascoltare e scoprirne la presenza nel nostro corpo vibrante.

Le onde sonore raggiungono il nostro corpo in base alla relazione frequenza – volume. A volumi grandi corrispondono frequenze gravi, a volumi sempre più piccoli corrispondono frequenze sempre più acute. Pensiamo alla famiglia degli strumenti ad arco: contrabbasso, violoncello, viola, violino, o alla cordiera di un’arpa, dalle corde lunghe e grosse dei suoni gravi a quelle sottili e corte dei suoni più acuti, o, infine, a quanto la natura ci mostra attraverso il muggito possente di una mucca e il cinguettio melodioso di un uccellino. Lo stesso avviene nel nostro corpo, costituito da una serie di cavità risonanti (anche se cave non sono!) sovrapposte.

Tutto il corpo è impegnato nel produrre suoni con la voce, tutto il corpo è impegnato nella ricezione. Non si ascolta solo con le orecchie. Il protagonista dell’ascolto e del farsi della voce, del canto, della parola è quindi il corpo, il corpo vibrante. L’orecchio è specializzato nel ricevere e distinguere le frequenze armoniche. Le frequenze fondamentali passano attraverso il corpo. L’orecchio è dentro il corpo. L’aria è in movimento intorno a noi, dentro a noi (respiro) consentendoci l’ascolto e la produzione dei suoni (voce).

L’essere umano è un corpo vibrante come qualunque altro essere vivente sulla terra. La ricezione delle onde sonore è regolata dalle leggi fisiche della risonanza: un corpo atto a vibrare mette in vibrazione un altro corpo atto a vibrare con le medesime frequenze. In altre parole si ha risonanza quando una forza esterna agisce su un sistema fisico con una frequenza capace di amplificare il moto del sistema stesso. La risonanza è una realtà come la forza di gravità, alla quale non possiamo sottrarci. È così reale da essere stata dimenticata. La risonanza corporea caratterizza la vita di ogni uomo a partire dal grembo materno, la prima orchestra.

Il suono è all’origine delle nostre esperienze, delle nostre emozioni, della nostramemoria. La vita prima della nascita è relazione per eccellenza. Ogni essere umano, nuovo e unico, è stato accolto e si è formato nella relazione. Il grembo materno è la prima orchestra.

La parola nasce nel e dal canto. La voce è espressione delle emozioni. La voce è ricca di risonanze armoniche, è suono per eccellenza. Vocali e consonanti hanno una natura diversa. Le prime hanno formanti armoniche specifiche e dipendono dalla posizione della bocca e delle labbra. A parità di intonazione, la U è la vocale con formanti armoniche più gravi, la I è quella con le formanti armoniche più acute. Le consonanti sono timbri sonori, articolazione di bocca, labbra e lingua che nella maggior parte dei casi necessita della vocale per “suonare”: non a caso si chiamano con-sonanti.

Parola e suono hanno caratteristiche in comune. Ogni parola pronunciata è la sintesi di timbro, altezza, intensità, durata che sono anche gli attributi del suono:

  • timbro (vocali e consonanti)
  • altezza (intonazione della voce, melodia della parola e della frase)
  • intensità (non solo il volume della parola, ma anche il susseguirsi degli accenti)
  • durata (ritmo della parola e della frase che ne favorisce la comprensione e l’espressione emotiva)

Cosa accade quando un bambino è seduto o sdraiato sulla cassa armonica del pianoforte a coda? Come agiscono le onde sonore dentro di lui? Come suonare per favorire il cambiamento? Andiamo con ordine.

Gli strumenti acustici, nati come prolungamento del corpo umano, producono onde vibratorie attraverso l’amplificazione delle casse di risonanza (riproduzione del Corpo Vibrante). Il pianoforte a coda presenta il vantaggio di una grande cassa di risonanza e una vasta gamma di frequenze (da Hz 27,50 per il tasto più grave, a Hz 4184 per quello più acuto). Per buona parte della seduta di musicoterapia, il bambino o ragazzo è seduto o sdraiato sul coperchio del pianoforte a coda, in modo da essere avvolto, immerso e cullato nelle onde sonore che lo raggiungono per risonanza.

La musicoterapeuta suona osservando ed osserva suonando, cosciente del ruolo comunicativo che realizza nel gioco creativo dei suoni.

Improvvisare è creare la musica per rispecchiare, favorire accompagnare una persona a non sentirsi sola, per andare verso processi naturali di cambiamento e trasformazione.

Sulla tastiera, in ogni momento, genera sonorità, ritmi, melodie, armonie con i quali “parla”, guida, asseconda, accompagna, approva, reagisce ecc. secondo ciò che caratterizza il “noi” del dialogo. L’empatia prende corpo, prende suono attraverso l’improvvisazione comunicativa al pianoforte (Balestracci Beltrami, 2018b)

Ogni esperienza, positiva o negativa si imprime nel corpo. Le emozioni si manifestano all’esterno attraverso il movimento, i gesti, le posture, gli sguardi, il farsi della voce. Le emozioni non sono buone o cattive, sono emozioni. Entrare nel cuore del dolore, della sofferenza, della rabbia attraverso la musica: questo è la musicoterapia.

Il bello dell’arte insito nel dialogo creato dall’improvvisazione comunicativa al pianoforte, favorisce il sorgere di qualcosa di imprevedibile. Le emozioni sono apprezzate e valorizzate. Si apre la via verso qualcosa di nuovo. Il nuovo e il bello possono anche fare paura. Riconoscere, ammettere la paura e attraversarla, porta verso la gioia di vivere.

L’improvvisazione musicale è formata da ritmi, melodie, accordi creati al momento per far sorgere l’ascolto dell’altra persona.
Il valore dell’improvvisazione musicale emerge solo se è dialogo. Il dialogo attraverso l’improvvisazione comunicativa al pianoforte, traduce in musica le emozioni del bambino.  La musicoterapeuta improvvisa con la consapevolezza delle emozioni proprie e altrui. Suo compito è accogliere, rispettare, valorizzare il dolore attraverso il bello dell’arte.

Possiamo fingere di non comprendere le parole, possiamo chiudere gli occhi (e anche le orecchie), ma non possiamo sottrarci al suono. Le onde sonore sono onde di energia, ci raggiungono anche se non ce ne accorgiamo. Fanno vibrare il corpo attraverso la risonanza.

La musicoterapeuta legge la Partitura Vivente, termine coniato da Edith Stein (Di Pinto, 2002), che sta davanti a lei. Si tratta di lettura, non di interpretazione, perché il corpo vibrante di emozioni è lo strumento originario. Il bambino si sente accolto, ascoltato, valorizzato perciò che è prima ancora che per quello che sa fare. Alcuni modelli di musicoterapia distinguono quella attiva (il paziente suona o canta) da quella passiva (che comprende solo l’ascolto).

La Musicoterapia Umanistica, “Arte della Comunicazione” (termine coniato da Giulia Cremaschi Trovesi, caposcuola della Musicoterapia Umanistica), non pone questa separazione. Il bambino o ragazzo (partitura vivente) è protagonista della sua crescita e del suo cambiamento, perché attraverso l’improvvisazione comunicativa al pianoforte si crea  uno spazio di ascolto e stimolo all’interno del quale ogni individuo, nell’emozione dei suoni, può conoscere sé stesso ed accedere alle proprie personali risorse. Il pianoforte a coda è utilizzato per la vasta gamma di frequenze a disposizione (da 27,50 Hz a 4186 Hz) e l’ampiezza della cassa armonica. Gli altri strumenti acustici a corda, a fiato, a membrana e a percussione, sono usati in base alle esigenze che si creano nel contesto della terapia.

Le onde sonore, cullano, avvolgono, penetrano in profondità, favorendo la percezione del proprio corpo e il riconoscimento delle proprie emozioni. I genitori presenti condividono le emozioni in gioco, lentamente lasciano andare anche le loro resistenze. Arrivano spesso esausti, affaticati, in ansia o depressi per le fatiche che la situazione comporta e vanno via rilassati, rianimati, oserei dire ringiovaniti, perché la musica fa bene anche a loro.

La nascita spontanea del linguaggio verbale dipende in gran parte dalla relazione adulto bambino. Genitori che cantano e giocano con i loro figli favoriscono istintivamente il processo di crescita psicomotoria e di apprendimento naturale del linguaggio. Il gioco musicale con tanti strumenti messi a disposizione, il dialogo sonoro, l’improvvisazione comunicativa al pianoforte creano un contesto di opportunità costruttivo. Non c’è nulla da interpretare, l’importante è vivere, condividere le emozioni generate nell’esperienza. La musica così concepita fa bene, oserei dire, a chi la fa e a chi la riceve perché nel dialogo che si crea tutti sono protagonisti.

La Musicoterapia Umanistica non è una teoria (Balestracci Beltrami, 2018c). Essa è nata dall’esperienza con bambini audiolesi fatta dalla prof.ssa  Giulia Cremaschi Trovesi presso l’Istituto sordomuti di Torre Boldone (BG) più di quarant’anni fa. Quello è stato l’inizio. Poi gli studi e l’incontro con centinai a di bambini affetti dalle patologie più disparate le ha fatto maturare un approccio che ha trovato doppia conferma, oserei dire professionale e istituzionale.

Da una parte le equipe medico/riabilitative che hanno in carico i piccoli pazienti seguiti in musicoterapia in molte città italiane hanno riconosciuto i benefici che derivano da questo intervento (confermati e “misurati” da appositi test e riguardanti sfera della relazione, comunicazione, sviluppo psicomotorio, del linguaggio verbale e cognitivo), tanto da richiederlo come parte integrante del percorso terapeutico dei bambini. Tali esiti, un tempo esclusiva della Cremaschi e dei primi professionisti che l’hanno seguita, tanto da far pensare che ci fosse qualcosa di “magico” nel suo modo di agire, sono oggi competenza di molti. E questo conferma la validità e la scientificità dell’approccio umanistico della musicoterapia.

D’altra parte l’adesione volontaria della FIM alla legge 4/13 (HERE) sulle nuove professioni e la partecipazione alla stesura della norma tecnica UNI conseguente alla legge stessa, hanno portato la Musicoterapia Umanistica della Cremaschi ad essere un’apripista nel complesso mondo della musicoterapia italiana. A partire dall’ottobre 2015, la FIM è regolamentata in base alla norma UNI 11592 sulle Arti terapie e i suoi professionisti sono certificati all’interno di questi parametri legislativi.

Nel 2016 è iniziato il primo Corso quadriennale di Musicoterapia Umanistica “Giulia Cremaschi Trovesi” patrocinato da FIM, APMM (fondata nel 1991) e Conservatorio “G. Donizetti” di Bergamo, impostato secondo le linee guida di abilità, conoscenze e competenze della norma tecnica UNI 11592. Nel luglio 2020, inizierà un nuovo quadriennio di studi aperto a musicisti con formazione formale o informale che corrisponda al quadro europeo delle qualifiche EQF 6 (laura o diploma di primo livello).

Dopo anni di sterili disquisizioni tra il mondo accademico musicale e quello medico sulla formazione del musicoterapeuta, la legge 4/13, la norma UNI 11592 e la successiva certificazione hanno dato ragione ad una musicoterapia fatta di suoni e di musica che diventano dialogo, vita e speranza per le persone che ci sono affidate.

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